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Il festival libero di Paolo Fresu: "Berchidda torna ombelico del mondo con Time in Jazz"


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Paese

Dati Generali
Il paese di Berchidda
Berchidda è un Comune della nuova provincia di Olbia- Tempio. È situato a 289 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Limbara. Conta 3177 abitanti. Fa parte della VI Comunità Montana “Monte Acuto". Berchidda, ovvero Berkidda o Birkidda, secondo il Pittau, dovrebbe trovare la sua origine nel vocabolo latino virga, (verga, ramoscello) ed essere un diminutivo usato per indicare una zona ricca di verghe, materiale molto ricercato allora per la produzione di canestri.
Il territorio di Berchidda
Altitudine: 164/1362 m
Superficie: 201,88 Kmq
Popolazione: 3177
Maschi: 1555 - Femmine: 1622
Numero di famiglie: 1169
Densità di abitanti: 15,74 per Kmq
Farmacia: via Segni, 1- tel. 0784 844014/ piazza Del Popolo, 2 - tel. 079 704172
Guardia medica: via Monte Acuto - tel. 079 704113
Carabinieri: via Monte Acuto, 1 - tel. 079 704122
Polizia municipale: piazza del Popolo, 5 - tel. 079 7039008

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Storia

BERCHIDDA, villaggio della Sardegna nella prov. d’Ozièri, distr. d’Oschiri, tappa (off. d’insin.) d’Ozièri. Comprendevasi nell’antico dipart. del Montacuto, cantone di Pratojano, appartenente prima al Logudoro, e questo giudicato abolito all’Arborèa.

Giace alla falda del monte Limbàra sotto al picco del Gigantino nello stesso meridiano in faccia a meriggio, e contro i venti del secondo e terzo quadrante, riparato dagli altri per l’opposizione della gran massa del monte, che qui pare moversi da oriente in occidente.

Le case sono 315, per la massima parte con sole stanze terrene. Le strade non corrono molto irregolarmente su d’un terreno sabbionoso. Pare che in età rimote fosse maggiore che ora non sia questa popolazione, e si componesse di due rioni separati da un largo di 60 passi.

Sono ancora visibili i ruderi, e principalmente osservabili gli avanzi della chiesa di s. Sisto, che per tradizione sappiamo essere stata parrocchiale.

È lontano da Oschiri capo-luogo del mand. ore due, da Tula altrettanto per cagione della strada alpestre. Vassi a Tempio capo-luogo della Gallùra, traversando il Limbàra per sentieri difficilissimi in ore 5, e come conviene per evitare i frequenti evidentissimi pericoli più a piè propri, che sul cavallo. È temerità tener questa linea di corso, quando il monte sia ricoperto di nevi, ove non abbiasi un giumento pratico della medesima. In tal contingenza giova allungar la via costeggiando la falda, e passando per la pianura di Norvàra. Anche verso a Terranuova sono due strade, una sul piano che percorresi in sei ore, l’altra sul monte più corta d’un’ora e mezzo.

La massima parte di questi popolani sono applicati all’agricoltura ed alla pastorizia. Non più di 15 persone lavorano il ferro, il legname, il cuojo, e meno sono ancora i muratori. Alcuni vi si occupano a formare dei pettini da telajo, dei quali provvedono al loro paese, ed ai circonvicini. Le donne lavorano con molta assiduità tele e panno forese, ed è generale l’industria e l’attività, sì che toltane appena venticinque circa famiglie mendiche, in tutte le altre case si vede in opera il telajo, e vivesi con qualche agiatezza. I tessuti delle donne berchiddesi sian di lino, che di lane, lingerie, coperte di letto a diversi colori, in disegni non spregevoli, sono assai più stimati che quei d’altri paesi del dipartimento.

La scuola normale conta 15 giovanetti (an. 1833), ai quali si insegna il catechismo agrario.

Soggiace questo popolo alla giurisdizione del vescovo di Bisarcio, siccome colui che succedette nei dritti del castrense, nella qual diocesi era contenuta Berchidda.

Tre chiese sono nell’abitato. La parrocchiale di sufficiente capacità, ma povera d’ornamenti, e d’altre suppellettili. Fu dedicata sotto l’invocazione del martire S. Sebastiano, ed è di costruzione antica. Delle due filiali una è denominata dalla santa Croce, dove officia una confraternita di egual appellazione; l’altra dalla Nostra Donna nella solennità del suo Rosario, in cui dà opera al divino servigio un altro ordine di confratelli. La cura delle anime è affidata ad un vicario perpetuo, che in questa vien coadjuvato da altri due sacerdoti. Sino al 1800 governavasi da un arciprete, che ne godeva la intera decima, circa il qual tempo come fu repristinato l’antico vescovo Bisarchiense, la metà delle rendite fu incamerata all’arcipretato d’Ozièri, l’altra fu lasciata a dividersi tra il seminario, ed il vicario perpetuo, che della sua quarta è obbligato dar due quinti ai due vice-parrochi; ond’è che negli anni più ubertosi appena può per sè ritenere lire nuove 750.

Non si è per anco formato, come era regia ordinazione, il campo santo, ed i defunti si gittano in una tomba sotterranea.

Le chiese rurali sono cinque: s. Marco evangelista verso la parte d’Oschiri, dove da parecchi anni si è cessato dai divini offici: s. Catterina martire, verso Monti, di cui festeggiasi la memoria nella prima domenica di luglio. Vi concorrono in gran numero Montini e Galluresi; si fa una corsa di cavalli ordinari per lo premio di alcune libbre di carne. Gli operaj della chiesa, come sono dette alcune persone divote della santa, i quali annualmente sono eletti perchè sostengano coi loro denari e con le largizioni del popolo le spese occorrenti, usano dare una cena dopo i primi vespri, ed un pranzo dopo la messa solenne a quanti vi concorrano come da Berchidda, così da qualunque altro paese (V. Barbagia – Feste de Corriòlu). A piccola distanza da questa trovasi la chiesa di s. Andrea, di cui si celebra la festa addì 15 maggio. S. Michele, edifizio d’antica struttura, è lontano dal comune un’ora e mezzo.

La popolazione, compresi i pastori, che costituiscono quasi i due quinti del totale degli abitanti, sommava nel 1833 a 1250 anime, distribuite in 311 famiglie.

Da questo paese sono scritti al battaglione d’Ozièri dei corpi miliziani-barracellari uomini 27.

Vivono i pastori per otto mesi dell’anno nella campagna in malagiate temporarie stanze, coperte di frasche e paglia, eccettuati alcuni pochi che hanno delle abitazioni stabili. Sono i pastori ed i contadini di buona natura, molto laboriosi, industriosi, cortesi, affetti da pochi pregiudizi, uomini pacifici e religiosi, ma teneri assai dei loro diritti. Sarebbero più contenti se non si vedessero spesso da briganti rapire il frutto dei loro sudori. In numero medio nascono all’anno 40, muojono 30, e si contraggono 12 matrimoni. Era in pratica per l’addietro un costume che riprovossi, e si condannò dalle autorità ecclesiastica e politica.

Occorrendo che due nemiche fazioni, o due sole famiglie apertamente guerreggianti si dovessero riconcilare, a formare meglio la pace stringeansi delle alleanze matrimoniali, e se da una parte mancassero fanciulle già mature, contraevasi anche con le infanti, le quali i promessi sposi si portavano in casa, e si educavano a loro modo. Di questa consuetudine occorrerà poi parlare in altri dipartimenti (V. Montacuto, Gocèano).

La moda del vestire assomigliasi alla gallurese. Nei funerali il compianto è quasi del tutto abolito. Il generale divertimento nei dì festivi e nel carnevale è la carola intorno ai cantori. Qui è giusto salvare dal-l’obblio il nome d’un uomo di gran genio, il quale se fosse stato coltivato con l’arti ingenue, avria potuto onorare la Sardegna con le opere del suo ingegno. Nominavasi costui Alvaro Mannu, nato in questo paese sulla fine del secolo XVII, e morto nel 1773. la sua fama è ancora vivace in tutto il dipartimento, e si ricorda con l’onorevol titolo Su Cantadore de Berchidda. Tra i molti uomini d’ingegno poetico, e adorni della facoltà che hannosi dalla natura gli improvvisatori, esso primeggiava, e intorno a lui traevano le genti nelle notti solenni presso alle chiese, dove i popoli festeggiavano così dentro come fuori degli abitati, e pendevano per lunghe ore quasi estatiche alla dolce armonia dei suoi canti, restando gli emoli confusi, e senza lode. Solo nell’ultimo anno di sua vita la gloria che grande aveasi goduta cominciò ad ecclissarsi in contro al crescente onore del poeta di Bantina il Pisurci. Questi ebbe qualche cultura; e dopo studiata la teologia fu ordinato prete, e servì da curato in molte parrocchie. Restano alcune sue composizioni, che hanno molto merito sì per la parte poetica, che per la elocuzione; ed è ammirabile la maestà del linguaggio nei suoi versi maggiori, e la dignità delle ottave, e assai più che i canti in lingua italiana si accostano ai numeri latini.

Nel clima di Berchidda si patisce d’estate gran caldo, d’inverno assai umidità. Il ponente quando soffi fortemente gioca con incredibil forza contro l’abitato, e i circostanti poderi. Riflettendosi dalle rupi del Limbàra si ritorce in frequentissimi vortici, e svelle alberi, sbarbica le piante, e scopre le case con danni gravissimi. L’aria è poco salubre, perchè impedito il suo flusso per una metà della cerchia, perchè restan vicine due ampie paludi, avvegnachè poco profonde, che dopo la primavera si svaporano lasciando il terreno o alla coltura, o al pascolo, che vi verdeggia con molto lusso, e finalmente perchè si tengon vicini i letami; del che sono generalmente da rimproverare tutti i logudoresi.

I nativi non sono esenti da frequenti sconcerti di sanità. E gli stranieri che vi si avvassallano sono per li primi anni soggetti alle malattie solite delle arie poco salubri. Dominano nell’inverno le pneumoniti, nel-l’estate le febbri periodiche e complicate, le idropi, le fisconie ne sono le conseguenze.

L’ordinario corso della vita è a 60 anni.

Il territorio di Berchidda parte stendesi sul piano, parte è sulla costa del monte, onde è idoneo alla coltura ed alla pastura. La regione coltivabile allungasi verso levante fino alle làcane di Monti. Le terre sinora esercitate possono capire 2000 starelli di semenza; ma se cresca l’industria si possono quintuplicare. In generale sono poco fertili per ciò che le terre sabbionose coprono estensione maggiore, che le argillose. Cognita essendo questa diversa natura delle medesime dovriasi seminare maggior quantità d’orzo, e minor di grano; tuttavia si pratica ostinatamente il contrario. Il totale della seminagione tra grano, orzo, fave, lino, legumi non sorpassa di molto gli star. 675, non compresa la piccola quantità che gittano i pastori in sas cuilarzas, nei recinti dove siansi tenute le mandre nell’anno antecedente.

Il monte di soccorso per l’agricoltura fu costituito con la dotazione in grano di star. 750, in denari di lire sarde 507.9. Nel 1833 fu trovato il fondo granatico di star. 1500, il nummario di lire 251.8.9. Ragguaglia lo star. a litri 49,20, le lire sarde a ll. n. 1.92.

Si attende alla coltivazione delle erbe e piante ortensi, e se ne provvede ai vicini villaggi Oschiri e Monti. Le vigne sono alla parte verso Oschiri non meno di 150. Nelle medesime vegetano varie specie d’alberi fruttiferi, fichi, peri di molte varietà, susini, meli, e gran quantità di mandorli, del cui frutto ritraesi qualche lucro. Il vino è poco pregievole, e si mescola con la sapa. Una porzione se ne brucia per acquavite, altra vendesi agli Oschiresi.

Il campo di Berchidda, come chiamasi il piano coltivabile, stringesi in alcune parti da boschi ghiandiferi: uno lungo tre miglia e largo altrettante trovasi alla parte di Monti, l’altro a maestrale del paese, nella valle tra la collina di Montacuto ed il Limbàra di tre miglia quadrate di superficie. Le specie sono quercie, lecci, soveri, e vi si ammirano alberi colossali. Siccome però spesso vi entra il fuoco, così vi hanno dei vacui, e in molte parti le piante sono assai piccole.

La ricchezza dei pastori notavasi nel 1833 con i seguenti numeri. Vacche 1500, pecore 3000, capre 4000, porci 1500. Le bestie domite o domestiche sommavano a 540 capi in questa distribuzione, buoi per l’agricoltura 120, vacche mannalìte o domestiche 100, majali 100, giumenti 50, cavalli e cavalle 120. I Berchiddesi sono lodati, siccome quei che cavalcano con molta destrezza. I formaggi sono ottimi, non usando questi pastori di levarne il butirro. Se ne fanno solamente dei rossi, da che li Napoletani più non concorsero nel porto di Terranuova a comprare i bianchi. L’educazione del bestiame non è tanto produttiva, quanto si potrebbe stimare, per ciò che compreso quanto ritraesi dai capi vivi, giovenchi, cavalli, montoni, dal lardo, dalle pelli e dalle lane, il lucro non avanza le ll. n. 15000.

Si coltivano le api, e si ha gran numero di alveari nella montagna presso gli ovili, principalmente nella cussorgia (distretto pastorale) denominata Lifusiccu, dove è una riunione di case. Vendesi la cera alle fabbriche di Tempio e d’Ozieri, ai viandanti Sassaresi, e se ne porta in Terranuova.

Il salvatico consiste in conghiali o mufloni, volpi, lepri, martore: qualche volta trovansi pure dei cervi. Dei volatili abbondano specialmente le pernici e i colombi, nelle paludi e nel fiume frequentano molte specie di uccelli acquatici. È prodigiosa la moltitudine degli stornelli, ed è gravissimo il danno che patiscono i proprietari delle vigne, se non vi tengano persone ad atterrirli, poichè le uve cominciano a maturare. Pochi si dilettano della caccia.

L’acqua che bevesi nel paese è poco salubre; fuori trovansi moltissime fonti di acque ottime, ed è sopra tutte per abbondanza, freschezza e leggerezza celebrata la funtana de caddos, in sito ameno al rezzo dei soveri nella strada per a Terranuova, dove i viaggiatori sogliono riposarsi, e dove il Re Carlo Alberto, quando ancora Principe facea il giro dell’isola, fermavasi a pranzo.

Tocca i territori di Berchidda il Silvàni confluente del Coguìnas con cui si unisce verso libeccio. Alla parte di levante scorre un rivolo derivante dalla costa boreale del Limbàra, è scorrente per il territorio di Norvàra aggregato ora al Berchiddese ad incontrare il Silvàni conosciuto generalmente col nome di rio dess’èlema. Da questi due fiumi e dal Coguìnas è chiuso per metà il Berchiddese: il rio di Norvàra lo separa da Monti, il Silvàni dall’Oschirese, il Coguìnas dal Tulese. Mancano i ponti, e molti nel tentare il guado periscono.

Abbondano queste acque di pesci. Alcuni che sono chiamati trotajuoli attendono alla pesca delle trote e delle anguille ora con gli ami, quando i fiumi sono gonfi, ora con le reti che appellano òbigas, e ne vendono a Oschiri e a Tempio.

Una parte del monte Limbàra è dentro i termini di questo territorio. Dopo questa le altre non sono che piccole eminenze, tra le quali è da distinguersi il Monteacuto, così detto dalla sua forma, rassomigliando il medesimo ad un cono acuto. Sorge a piè del Limbàra quasi al ponente del paese, ed in distanza di tre quarti d’ora. Dalla parte di tramontana è affatto inaccessibile, essendo il lato pochissimo inclinato, dalle altre parti chi voglia poggiare esponesi ad evidente pericolo, e con somma difficoltà si può andar sopra dalla parte di levante. Raccogliesi in queste roccie e in quelle del Limbàra grande quantità della detta erba tramontana, che vendesi in Terranuova, od ai negozianti Tempiesi.

Nel territorio di Norvàra esisteva un’antica popolazione, che è tradizione fosse una colonia greca, che fu obbligata a partirsene per le continue vessazioni dei limitrofi, principalmente dei Montini.

Restano ancora in piedi le muraglie della chiesa dedicata al santo Salvatore, la quale si potrebbe con poca spesa ristaurare. Era un luogo bene scelto per abitazione in una piccola eminenza con buone acque d’intorno, ed un territorio assai ameno. Guardava a levante, e stendevasi sott’occhio Terranuova e Tavolàra. Era lontano da Monti un’ora, e cinque dalla marina. Da una parte toccava il dipartimento Gèmini della Gallùra, dall’altra la contrada di Silvas, appendice del Montacuto.

Sotto Norvàra esisteva forse l’abbazia menzionata dal Fara con la denominazione di Bellacqua (aquae formosae); là dove presso alla fonte appellata Ebba-bedda (Acquabella) sono situate alcune capanne di pastori.

Erano da per tutto di quelle costruzioni, che sono dette norachi, delle quali la massima parte giacciono ora affatto distrutte. Sono fra gli altri degni di osservazione i denominati Colomeddu e Piddìù, ambo con cinta e terrapieno. Presso quello, che conoscesi sotto il nome di s. Juanne-Cabrìle, osservasi uno di quella sorta di monumenti che il volgo appella Sepolturas de gigantes (V. Barbagia, Monumenti antichi, Sepolturas de gigantes), dove se dice il vero la fama trovaronsi ossa umane, rottame di giarre e di terraglie gentili, ampolline ed altre anticaglie.

Dicesi pure siasi trovato una non piccola quantità di monete d’argento, grandi quanto una mezza lira, nel norache Custia. Intorno al norache detto di s. Michele osservansi vestigia di un’antica popolazione.

Castello di Montacuto. Nel medio evo sorgeva sul vertice di questo cono un castello, da cui ebbe nome tutto il dipartimento. Del medesimo ora non rimangono che alcune parti delle mura che formavano la torre, con la cisterna ancora in buono stato, avendo più potuto contro il medesimo la pazza smania di trovar tesori, che il tempo. Questa torre è assai piccola, perchè credasi che una fortezza d’importanza quale era in quei tempi il castello del Montacuto di essa solamente contasse, ed è quindi da credersi, che al dissotto in varie distanze fossero varie linee di mura quasi a gradini con le quali si chiudesse uno spazio più ampio. Dell’epoca in cui esso sia stato fondato nulla sappiamo dire: è cero però che è antichissimo. Del suo fondatore niente ancora possiamo affermare per autorità di idonei monumenti: che se poi si volesse dar orecchio alla tradizione che corre fra i popoli circonvicini verremmo a conoscere essere stato edificato da un cotal Lemo, come pure che una tale Georgia abbia fatto costrurre in poca distanza da questo alle falde del Limbàra un altro castello, quale dicesi essere stato nel sito dove ora veggonsi alcuni ruderi, nel qual luogo ricordasi sia stata la famosa Leonora, forse quando dopo la barbara morte del fratello Ugone con gente armata combatteva gli Arboresi che vollero farsi re-pubblicani, ed espugnava le castella.

Lasciate da parte queste dicerie ricorderemo piuttosto, che nell’anno 1237 Adelasia regina Logudorese ed il suo sposo concessero al Papa questo castello, in mani del maestro Alessandro cappellano e legato della Sede Apostolica, che avealo domandato. Costui, con atto che si segnò nello stesso castello, incommendavalo poi al vescovo d’Ampurias, perchè lo resignasse a cui indicasse il Papa.

Berchidda è compreso nel feudo di Montacuto. Per li dritti feudali (V. Oschiri) dove è la curia per l’amministrazione della giustizia.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Berchidda
24 Aprile - In località San Marco si tengono i festeggiamenti in onore del Santo.
Maggio prima metà - Festeggiamenti in onore del santo. Si tengono in località San Michele
dal 10 al 15 Agosto - Time in Jazz . Festival musicale organizzato dall’associazione Time in Jazz. Prevede, oltre allo svolgimento della rassegna musicale nella quale si esibiscono artisti di caratura nazionale ed internazionale, anche lo svolgimento di numerose altre attività culturali ed artistiche: mostre, laboratori e progetti culturali di vario genere.
Presidente e direttore artistico dell’associazione è Paolo Fresu, musicista berchiddese di fama mondiale
dal 31/08 al 2/09 - Festa Santi Patroni Sebastiano e Lucia